sabato, febbraio 17, 2007

pace! (8:2:9)

Da quando vivo nella mia casa, ogni tanto sbircio tra i libri di noi padre. Questo devo averlo preso tanto tempo fa, che non mi ricordavo neanche di averlo! Adoravo e mi piace tuttora la fantascienza. E i libri di fantascienza. E come un'evasione per ritrovarmi in luoghi che sento, ora più che mai, vicini. E poi perché la fantasia è illimitata e si può fare davvero tutto. Tutto è possibile!


Progetto Uomo. Mi sembrava un bel titolo! Mi ispirava. E' una raccolta scelta e presentata da Federico Valli, di De Carlo Editore. 1970. Dedicata a chi odia la fantascienza.


Come non leggerlo? Davvero incuriosita.


Poi continuo a leggere:


“Hugh M. Hefner, l'editore-direttore di Playboy, ha una indubbia simpatia per la fantascienza: quasi ogni numero della sua pubblicazione si possono trovare i racconti dei migliori autori”classici”. [...] Una fantascienza, [...], per chi non ama la fantascienza, insomma, o che addirittura la odia; [...].”


La mia curiosità cresce. Devo (troppo!) leggere questo libro. E inizio. Alcuni racconti mi fanno pensare su alcune cose già pensate, come IL PULSANTE di RICHARD MATHESON e L'ESPERIMENTO DEL DOTTOR ARNESS di GAHAN WILSON. Altri finiscono un po' così. E poi il racconto che più mi ha fatto sorridere il cuore. Inaspettato. E' Una illuminazione a mio parere. Lo posto per voi e vi auguro buona lettura!


IL PRIGIONIERO di HENRY SLESAR

Bogash era morto, e anche Riley, e il sergente Harran giaceva da qualche parte, laggiù nel campo di grano, con la gamba spappolata da una pallottola; così il soldato Tommy Dowd era rimasto solo a decidere se cercare di raggiungere la compagnia oppure arrendersi. Si sentì sollevato quando dagli alti covoni cominciarono a emergere le uniformi grigio-verdi del nemico e a lui restò soltanto la scelta di gettare la carabina e di alzare le mani. Aveva vent'anni e quella missione di pattuglia in quattro era stata la sua prima seria azione di guerra. Era finita male, ma almeno era finita.
I soldati nemici non parlarono molto mentre conducevano Tommy verso le loro linee. I visi che apparivano sotto l'elmetto erano visi comuni, dai quali la polvere e la fatica avevano cancellato ogni differenza di razza. Aveva sentito le chiacchiere in caserma e al campo circa il trattamento fatto ai prigionieri, che andava dalla tortura crudele all'insidioso indottrinamento, ma l'espressione indifferente dei suoi catturatori calmò le sue apprensioni. In loro non c'era apprensione; perché avrebbe dovuto esserci in lui?
La marcia durò tre ore, ma il sole stava tramontando e l'aria si faceva fresca. Al cader della notte si trovò caricato su un camion assieme a un gruppetto di prigionieri depressi. Il mattino dopo vennero condotti nel recinto della prigione, fatti spogliare, spidocchiati, lavati, e rivestiti con l'uniforme dei prigionieri. A Tommy stava bene. Gli stava benissimo, meglio di quella da soldato. Quando lo chiamarono per interrogarlo, si aggiustò il morbido tessuto sui fianchi e con un mezzo sorriso si diresse dall'ufficiale del campo. Fu forse il suo sorriso che fece incurvare in risposta le labbra del colonnello dalla serica barba, seduto dietro la scrivania.
“Secondo le regole della Convenzione di Ginevra, “ cominciò l'ufficiale cortesemente, “puoi limitarti a dirmi soltanto il tuo nome, grado e numero di matricola. Sappiamo già tutto dalla tua piastrina di riconoscimento, quindi a dire il vero il solo scopo di questo incontro è farti sapere chi sono io e dirti che mi aspetto che tu obbedisca al regolamento del nostro campo. Capito?”
Tommy ingoiò la risposta (stava per dire “Signorsi!”) e si limitò ad annuire.
“Quanti anni hai figliolo?” riprese il colonnello, mentre il suo sorriso diventava sempre più cordiale. “Non sei obbligato a rispondere nemmeno a questa domanda.”
Tommy glielo disse e l'ufficiale sembrò rattristato.
“eri un bambino quando la guerra ha avuto inizio,” continuò. “Sicuramente tua madre avrà sperato che sarebbe già stata conclusa a quest'ora. Bene, non ci vorrà molto. Non molto davvero.”
Tommy si meravigliò per quell'ottimismo; per lui, la guerra era stata un fatto permanente dell'esistenza. Ma pochi minuti più tardi ebbe qualcosa d'altro di cui meravigliarsi, mentre veniva condotto attraverso i baraccamenti fino all'alloggio che gli era stato assegnato. La costruzione di legno era piccola, di aspetto decoroso, ma certamente inadatta a ospitare più di tre o quattro prigionieri. Sulla porta stampigliato soltanto un nome: vi si leggeva
DOWD, THOMAS
SOLDATO
Il significato della targhetta non lo colpì finché una guardia aperse la porta e, alla prima occhiata, Tommy notò un unico letto, Questo gli confermò che l'alloggio era, indubbiamente, per una sola persona. Doveva senz'altro essere l'alloggio di un ufficiale, un ufficiale a cui l'alto grado permetteva questa concessione di lusso. Un folto tappeto di colore dorato copriva il pavimento; un angolo di mobili imbottiti, il divano coperto per metà da cuscini; un mobile bar con gli sportelli aperti metteva in mostra delle bottiglie che l'illuminazione interna faceva riluce re di riflessi ambrati; uno stipo oblungo dal contenuto misterioso (più tardi apprese che era un complesso ad alta fedeltà). Il letto era largo, con una coperta di folta pelliccia ed era così invitante che Tommy, non appena solo, si lasciò cadere a faccia in giù in quel morbido pelo. Si destò, allarmato, un'ora dopo, rendendosi conto di essere davvero l'inquilino a cui era destinato quel comodo appartamento e che il nome sulla porta aveva un solo significato. DOWD, THOMAS, SOLDATO. Non aveva senso, ma era la realtà. Mentre Rimuginava questi pensieri, tornò ad addormentarsi e sognò la sua casa: le fotografie ritagliate dalle riviste che coprivano le crepe sulle pareti della sua stanza; l'odore di cibo stantío e di intonaco fradicio nel seminterrato umido; il gorgoglio dei tubi di scarico, il cigolio e lo stridore della tagliatrice da lui usata. Era mattino quando si ridestò, e suonava la sveglia. No, non una sveglia: si accorse che si trattava di un telefono accanto al letto. Bianco. Sollevò la cornetta e farfugliò un disorientato: “Pronto.”
“Buongiorno!” augurò un'allegra voce maschile. “Pronto per la colazione, soldato? Sarà servita nel salone della mensa, dalle sette in poi.”
Uscì. Il sole splendeva; Tommy sbattè le palpebre nel vedere l'irrequieta sfilata di commilitoni prigionieri, avviati verso la fonte dell'odore del cibo. Tra gli uomini in fila, afferrò per un braccio un meridionale dall'aria assonnata di nome Chester, che aveva frequentato brevemente al CAR, e gli chiese a bassa voce: “Ehi, Chet, sei qui da molto? Che razza di posto è questo?”
Il meridionale sogghignò e alzò le spalle. “Tre settimane,” rispose. “E va tutto a meraviglia. Davvero.”
“Ma che vuol dire?” chiese Tommy, ostinato. “Per che cosa ci vogliono ingrassare? Qual è il trucco?”
Chester ammiccò. “Sai, qualcuno dice che è lavaggio del cervello,” e rise a una visione di segreto piacere. “Già, qualcuno dice così”.
Per colazione, c'erano uova cucinate in quattro modi diversi. Vi erano salumi, salsicce e affettati. Crostini francesi per chi li desiderava, pancetta affumicata in abbondanza, patate fritte al punto giusto; e i crostini, miracolosamente, erano imburrati e caldi. Nelle tavolate non si sentivano troppe chiacchiere, piuttosto risatine tranquille e soddisfatte.
“Trucco, trucco, trucco,” borbottò Tommy tra sé, mentre tornava al suo alloggio. Entrando nella stanza, vide una guardia nemica che stava rifacendo il letto. Rifacendo il letto. Non era rimasto tanto colpito da quando Bogash si era conquistato una rapida morte nel campo di grano.
“Salve,” salutò la guardia. Probabilmente era la sola parola di inglese che conoscesse. Anche nell'andar sene, ripeté: “Salve.”
Tommy passò il resto della mattinata a esplorare la stanza. Fece una doccia sontuosa, con abbondante acqua calda. Scoperse il complesso “hi-fi” e una riserva di dischi. Erano motivi popolari un po' dolciastri, purtroppo. A voce alta, disse: “farò reclamo,” e rise. Poi ebbe l'impressione che il suo reclamo avrebbe potuto essere persino esser preso sul serio. Uscì a far quattro passi tra i baraccamenti e scoperse aiuole piene di fiori, un campo di calcio e una sala da gioco, attrezzata come un casinò di Las Vegas.
A pranzo ci fu insalata d'aragosta. A cena , i prigionieri fecero commenti scherzosi sulla lista delle vivande. “Ancora cocktail di scampi! Ancora bistecche! Pannocchie di granturco! Dolce misto di cioccolato! Ehi, questo locale è in decadenza...”
Vide Chester ammiccare verso di lui per tutto il pasto e cominciò a esserne seccato. Dopo cena, mentre si recavano a vedere un film nella baracca di ricreazione, prese il meridionale per un braccio, in modo abbastanza brusco da non nascondere la sua irritazione.
“Che c'è da ridere?” gli chiese. “Ho qualcosa di buffo?”
“Diavolo, no, amico, non mi fraintendere.”
“Senti, credi che ci trattino così per niente? Hanno in mente qualcosa. Un trucco, è un trucco!”
“Certo,” rispose Chester, cordiale. “Solo che io posso aspettare a scoprirlo. Ed è meglio anche per te aspettare, amico.”
“Perché aspettare?”
Entrarono insieme nell'edificio, ma Tommy, messo a disagio dall'aria di sufficienza di Chester, da tutti quei visi soddisfatti dei prigionieri, prese posto in fondo. Uscì prima che il film finisse. Tornò nella sua stanza, mise sul giradischi il meno sgradevole tra quegli album di canzoni e, disteso sul letto largo, contemplò il soffitto.
Alle dieci, udì un leggero bussare alla porta. “Chi è?” chiese, ma nessuno rispose. Aprì la porta e una donna entrò nella stanza, richiuse l'uscio e vi si appoggiò contro con le spalle. In quell'atteggiamento, sorridente, con una cascata di capelli biondo-platino che le incorniciavano dolcemente il viso e scendevano fino alle piene curve del seno, lo sguardo tenero e audace insieme, apparve a Tommy tanto irreale, tanto più simile alle illustrazioni delle riviste che a una ragazza in carne e ossa, che nella sua mente ne rifiutò la presenza viva.
Poi lei disse: “Ciao, Tommy, sono Lisa,” e rise. Più che una risatina soffocata, fu un suono di femminile divertimento di fronte al suo stupore, e ruppe l'incanto.
“Chi?” chiese Tommy.
“Lisa. Sarò la tua ragazza qui, se mi vuoi.”
Lo prese sotto braccio e lo condusse verso lo stipo illuminato dei liquori.
“Vuoi dare da bere qualcosa a un'amica?” gli chiese.
Bevvero tre volte, e fu sempre lei a versare. Se Tommy poneva domande imbarazzanti, lei le evitava con destrezza e lo faceva parlar di sé, della sua vita a casa, dei suoi progetti per il futuro. Il sospetto improvviso di essere in compagnia di una moderna Mata Hari gli attraversò la mente in un lampo, e altrettanto rapidamente svanì; non c'era nulla di importanza strategica che egli potesse rivelare; la ragazza sembrava interessata solamente di Tommy Dowd. Per provarglielo, se lo portò a letto.
Tornò la sera dopo, e ancora la notte seguente e tutte le altre sere. In breve tempo Tommy si accorse che anch'egli cominciava ad assumere la stessa espressione distesa e soddisfatta di tutti gli altri ospiti del campo.

Due mesi dopo il suo arrivo, gli dissero di presentarsi davanti al comandante del campo. Per la prima volta in tante settimane, si sforzò di riesaminare il significato di quella bizzarra esperienza. Era arrivato il momento di vedere le carte, di scoprire la trappola, il trucco? Gli avrebbero chiesto di dare pubblica testimonianza dell'ideologia del nemico? Lo avrebbero reclutato per qualche impresa sleale? Magari usato quale strumento per gli scopi del nemico? Si preparò interiormente al colloquio, sperando di comportarsi bene e che quei deliziosi e sibaritici giorni e notti non gli avessero fiaccato il coraggio e la volontà.
Salutò con freddezza il colonnello e l'uomo dalla serica barba e dal sorriso gentile disse: “Rilassati, figliolo. Ho delle buone notizie per te.”
“Si, signore?” chiese Tommy.
“Stai per tornare a casa,” continuò il colonnello. “Questo stesso pomeriggio. Una colonna scortata porterà te e gli altri cinque prigionieri fino a una zona neutrale. Là, sarete in consegna da ufficiali del vostro esercito.”
“A casa?” disse Tommy.
“E' uno scambio di prigionieri, concordato attraverso la Croce Rossa. Sono sicuro che sarai felice di rivedere i tuoi compagni. Buona fortuna, figliolo; spero che il tuo esercito ritenga opportuno concederti un po' di tempo per andare a casa.”
“Grazie, signore,” rispose Tommy, con un groppo in gola.
“Non mi sembri molto contento.”
“Sono contento, signore.”
“Bene,” continuò il colonnello, porgendogli la mano. “Non rientra nelle regole di Ginevra, ma vuoi stringermi la mano?”
Tommy la toccò in una rapida stretta, salutò ancora, meno seccamente, e uscì, pensando a Lisa. Quando raggiunse il camion, la trovò là vicino in attesa, gli occhi pieni di lacrime. Desiderò di abbracciarla, ma il camion veniva caricato in fretta, e riempiva l'aria col fracasso sgradevole del motore. A stento la udì mormorargli il suo addio.
Quando i camion furono partiti, un giovane tenente con una cartella sotto il braccio entrò nell'ufficio del comandante, il viso raggiante di chi porta buone notizie; ed era proprio così.
“Ho appena ricevuto gli ultimi dati, colonnello,” disse. “Dall'inizio del piano, il numero totale di nemici che si arrendono è aumentato oltre il mille per cento.”
“Cero, e dovrebbe continuare ad aumentare, quanto più rimanderemo indietro dei prigionieri 'scambio' a diffondere le notizie. Quanti in questo mese?, tenente?”
“Circa centomila disertori,” rispose il giovane ufficiale. “Di questo passo, la guerra potrebbe finire a Natale.”
“Ah,” esclamò il colonnello con soddisfazione. “Pace! Esiste qualcosa di meglio?”



Questo racconto l'ho letto in due tempi. La prima volta l'ho letto per i suoi tre-quarti, rimanendo con la domanda di dove l'autore volesse andare a parare. Poi la volta dopo, curiosa, volevo vederne la fine. E sinceramente ho dovuto leggerla due volte perché è stata, secondo me, una grande intuizione da parte dell'autore. E il Cuore mio ha gioito. Vicino a me c'era Paolo e mi è subito venuta voglia di leggergli questo brano! E poi di farlo conoscere a tutti voi!
Ho fatto una veloce ricerca sull'autore, perché gli volevo scrivere! Ha lasciato questa vita qualche tempo fa. Così ho ricercato la casa editrice – anche perché volevo chiedere se potevo pubblicare il racconto sul blog. E' stata chiusa da tanto tempo e, da quelle poche cose che ho letto, sembra che non abbia avuto una lunga vita, ma che, nonostante tutto, sia stata una “chicca” nel campo della letteratura della fantascienza.

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